Gli anni ‘20: una prospettiva Sera mejor la vida qui vendrà

Si leggono molti bilanci sugli anni ‘10 ma in pochi si preoccupano di immaginare il futuro. I bilanci li lasciamo ai commercialisti, e questa mentalità mutuata da una visione finanziaria della vita non ci soddisfa.

Ci riguarda invece, sia come generazione giovane, sia come chi dovrà farsi carico di responsabilità più grandi nel breve/medio periodo, la scelta delle parole e degli argomenti che genereranno nuove modalità discorsive e pratiche nel prossimo decennio.

Foucault facendo un’analisi storica rilevò come in alcune epoche le parole determinano conseguenti atteggiamenti e in altre gli atteggiamenti generano determinati discorsi.

La doxa degli anni ‘10 è stata la finanziarizzazione della vita, il controllo sociale, la medializzazione delle relazioni.

Le tre cose sono strettamente collegate alla trasformazione digitale della società in corso.

I media sono neutri, dipende dall’uso che sono fa.

Il web può essere un’occasione per crescere o per involvere: la cultura accessibile, i saperi condivisi, la possibilità di prendere contatto con persone distanti da noi; per contro un vasto mercato di beni, spesso inutili, il cui costo sociale di produzione è là precarietà lavorativa, una flessibilità ricattatoria, salari molto bassi e lontani dal livello minimo di sussistenza.

20 anni fa ci è stato detto che i saperi tecnico scientifici sarebbero stati il futuro. In particolare i moniti dell’allora presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi erano in questa direzione. Contemporaneamente in questi anni è avvenuta una sostituzione scientemente guidata dei saperi critici con i saperi strumentali. La scuola e le istituzioni di formazione si sono orientate totalmente al mercato e alle aziende, cancellando anni di sedimentazione di metodi di insegnamento e di prova in nome del mercato.  Ma da un lato il mercato non alloca in maniera perfetta beni servizi, dall’altro si è assistito a un continuo ineluttabile appiattimento del livello culturale nazionale in ragione di un nozionismo sterile funzionale soltanto a test che non comprovano la capacità e la conoscenza ma una eventuale attitudine al sapere schematico.

Come ci informa in un brillante saggio “Contro l’ideologia del merito” Mauro Boarelli, “lo slittamento del giudizio dagli aspetti qualitativi a quelli quantitativi crea una gerarchia che attribuisce un valore inferiore ai campi non quantificabili dell’attività sociale, e agisce come meccanismo attraverso il quale i cittadini apprendono e interiorizzano la cultura della competizione e della concorrenza. La combinazione di questi elementi ha provocato la dissoluzione dei confini tra lo Stato, società e l’economia, rendendo gli individui più esposti all’invadenza della sfera politica e della sfera economica.”

Si compie così la visione di Margaret Thatcher secondo cui “cambiare l’economia è il mezzo per cambiare l’approccio all’economia, è il metodo; l’obiettivo è cambiare il cuore e l’anima.”

Nonostante questo atteggiamento si sia apparentemente rivelato vincente in questi ultimi 10 anni, in realtà grande parte della società sta pagando le conseguenze di questa visione scriteriata.

Da un lato una società sempre più disgregata, senza punti di riferimento, scolarizzata in massa ma incapace di distinguere una notizia certa da una fake news. Dall’altro la scomparsa del concetto di comunità dall’orizzonte di senso dello Stato.

La cultura italiana infatti ben lontana dalla visione individualista e performativa  calvinista che alberga in quella anglosassone è fatta nella propria intima consistenza di solidarietà, mutualità, incontro.

L’idea di un mondo unificato e parificato governato dalla tecnica dove gli individui siano consumatori acritici non appartiene a una comunità nazionale che fonda le proprie radici nella cultura classica del pensiero greco e latino.

La prova che questa cultura insieme a quella cattolica sia l’elemento di distinzione del Paese è nelle testimonianze ancora tangibili del patrimonio culturale.

La follia di mettere da parte i saperi critici, la cultura alta in nome esclusivo di una cultura del mercato è un errore strutturale che paghiamo a caro prezzo. Nel mercato globale infatti la qualità recede a discapito del risparmio e della quantità.

I prodotti però sono sempre più standardizzati e simili e a cambiare sono soltanto le etichette. Un paese con radici così solide e che ha a cuore il futuro deve invece pensare di formare eccellenze in ogni ambito, non solo tecnico-scientifico dando al contempo anche spazio ai saperi artigianali e artistici che lo hanno da sempre distinto nel mondo. Il coraggio di chi scommette sul futuro appartiene a coloro i quali impegnati a salvaguardare la propria identità storico-sociale, si occupano di coniugarla al presente.

L’innovazione infatti permette di migliorare la vita delle persone, di migliorare gli standard di lavoro, di elevare la qualità della vita se parte da una visione che mette al centro l’uomo. Se invece si privilegia esclusivamente il profitto l’innovazione è uno strumento di dominio e di controllo di pochi su molti.

In una visione progressista della società, non luddista,  non conservatrice, non reazionaria lo sviluppo delle conoscenze va di pari passo con la crescita di opportunità e con l’aumento della qualità di vita collettiva.

I venti preoccupanti di torsioni reazionarie sono figli di una visione in cui il lavoro  è uno strumento di potere di pochi uomini su gli altri uomini e lo questo dimostra Enzo Traverso in diversi saggi e in fondo è lo spirito del capitalismo.

Una cultura che fonda le proprie radici in una visione cristiana, non può contemplare un approccio non solidaristico. Una società in cui chi ha di meno, chi sta peggio, chi è più debole non debba per forza sentirti ecluso.

Le parole chiave per il futuro sono allora accesso, comunità, sussidiarietà, spessore.

Tutti devono avere accesso alla formazione e alla cultura allo stesso modo, così come ciò vale per il lavoro. Uno stato democratico deve impegnarsi a rimuovere gli ostacoli al pieno sviluppo della persona in ottemperanza al dettato costituzionale. Accesso anche alle cariche istituzionali di rappresentanza politica che una società estremamente frantumata come quella attuale riserva tendenzialmente ai pochi che  hanno i mezzi economici per affrontare le costosissime campagne elettorali.

Le comunità sono il futuro dell’Italia. Le piccole comunità sono infatti i laboratori di sperimentazione sociale più interessanti. Nelle periferie nascono e germogliano esperienze che possono costituire i modelli del futuro se pensiamo alla sostenibilità economica, ambientale, sociale.

L’Italia è una grande comunità di persone.

La persona va messa al centro.

Una visione laica che non dimentica però la lezione del cristianesimo.

Non casualmente in questi anni di crisi la Chiesa cattolica, le organizzazioni del terzo settore, le associazioni hanno colmato un vuoto lasciato da uno stato troppo prono verso il mercato.

A proposito di sussidiarietà la sfida del futuro è quella di uno Stato che non solo riesce a coprire la fallacità del mercato ma che torna a gestire le situazioni di conflitto in ragione dei cittadini.

L’ultima parola è spessore. Il nostro paese continua a formare eccellenze che spesso regala agli altri paesi perché non è in grado di assicurare il futuro a moltissimi. Il dilemma sorge quando molto spesso a giudicare la capacità e potenzialità professionale ed economica di queste figure siano soggetti che non abbiano pari conoscenze e competenze.

Abbiamo conosciuto epoche in cui le classi dirigenti sia politiche che economiche erano la massima eccellenza della società che le esprimeva. Oggi invece basta avere un buon conto in banca per accedere ai saperi più esclusivi in ragione delle necessità del mercato del lavoro. Un mondo di esperti.

Esperti di settori circoscritti. Incapaci cioè di fare fronte alla complessità del tempo che stiamo vivendo perché appiattiti su microcosmi che possono dare brevi soddisfazioni economiche ma che tengono fuori grossa parte di tutto il resto.

La crisi culturale ed economica di questi anni è figlia anche di questa tendenza. La possibilità di immaginare e attualizzare delle politiche che facciano coincidere il benessere economico e la crescita complessiva della comunità necessita infatti, oltre che di buone capacità tecniche, anche di egregie capacità di visione d’insieme.

Si può rappresentare un Paese, i suoi asset fondamentali, le sue istituzioni se non si conosce la storia, la cultura, le espressioni più elevate della comunità statuale medesima?

Forse si può essere bravi a rappresentare lo stretto interesse di una micro/media realtà economica  ma per rappresentare il tutto bisogna conoscerlo.

La “società senza spessore”, ha forse vinto negli anni 10. Figlia del pensiero debole imperante dagli ultimi decenni del secolo scorso. Ma non è in grado di affrontare le sfide del futuro in quanto impegnata a vivere alla giornata, a tirare a campare, per migliorare a malapena il conto in banca di pochi.

Con il coraggio di chi sa stare nelle cose, la sfida di Segno Particolare è  di utilizzare gli strumenti digitali contemporanei per diffondere il sapere, conoscenze, esperienze, visioni. Ci siamo preoccupati di fornire degli anticorpi alla vulgata contemporanea che molti danni ha fatto alla generazione a cui apparteniamo. Stiamo immaginando il futuro. Ci stiamo occupando del presente. Crediamo che l’innovazione senza cultura e senza diritti sia lo strumento per il vantaggio di pochi a detrimento di molti.

Il nostro orizzonte è più largo perché crediamo in una società non verticale in cui la qualità di ciascuno possa venire in evidenza.

Il mondo sta cambiando?

Attenti agli insegnamenti di Gandhi vogliamo essere il cambiamento del mondo che viviamo.

Per riconquistare l’egemonia culturale di gramsciana memoria ci vogliono atti.

Non è filosofia, è pratica, la pratica di chi il futuro è abituato a immaginarlo e determinarlo e non soltanto a subirlo acriticamente. Alla nostra generazione chiediamo di avere coraggio, fiducia in se stessa e nella propria forza. Come dice Salmo : “se ti chiedono il futuro dov’è digli presente”.
Noi ci siamo!