FOUCAULT E IL POTERE SULLE VITE INFAMI Un’archeologia delle esistenze interrotte tra la fine del Seicento e metà Settecento

 

Michel Foucault (1926-1984) non è datato come filosofo, anzi, si rese conto dei potentissimi effetti di condizionamento nei gesti, nelle parole, nel modo di respirare provocati dall’autorità sulle persone. Il suo concetto di “biopolitica” abusato e mitizzato negli ultimi tempi, è il potere sulla vita (bios) che accarezza con gli occhi, elettrizza le superfici, e afferra il corpo umano. Una definizione aurorale di tale prassi è presente nella sua Storia della sessualità (tra il 1976 ed il 1984): la realtà biologica (organismo vivente) si riflette in quella politica, significa che sia la vita e sia la morte non sono abbandonate al caso, ma al controllo del potere e delle sue leggi. Nel libro La vita degli uomini infami (1977) o “erbario” dei miserabili e delle miserabili reali, fu pensato da Foucault  come un’archeologia delle esistenze interrotte.  Scritto in origine come introduzione agli archivi degli internamenti, della polizia, delle suppliche al re e delle lettres de cachet dall’Hôpital Général e della Bastiglia appartenenti al secolo tra la fine del Seicento e metà Settecento, il pensatore francese vuole restituire intensità e dignità letteraria a queste vite «infime, divenute cenere nelle poche frasi che le hanno stroncate»[1]. La follia, la rabbia, la povertà, la violenza e tutto ciò che costituiva la ragion d’essere degli “esclusi” ha da sempre suscitato in Foucault una certa voragine filosofica -lo stupore platonico nel senso di vertigine- tra bellezza e spavento. Simile al lavoro di Roland Barthes sui frammenti di un discorso amoroso, quello di Foucault è il suo speculare oscuro («leggenda nera, ma soprattutto ridotta all’osso»[2]) dai ritratti più osceni, lasciando alle parole e alle grida la loro autenticità, la loro Storia sconosciuta e invisibile ancor prima di essere stata tracciata. Era necessario, però, che «un fascio di luce le illuminasse anche solo per un istante»[3] strappandole dal silenzio e questa luce è il potere, perché senza i suoi “artigli” non si sarebbero lette tali sventure. Di quali vite sta parlando? Quelle di un monaco scandaloso, di una donna picchiata o di un ubriacone inveterato e non altri/e lasciate alla fama universale; sono storie di menti “infami” macchiate di odio dallo stesso potere che le ha reso note fino a noi, rese indegne per sempre.

Scrive Foucault: «Inutile cercare un altro loro volto, o sospettare in essi una diversa grandezza; sono solo quello per cui li si è voluti schiacciare: né più né meno. Tale è l’infamia nuda e cruda, quella che non essendo mescolata né a uno scandalo ambiguo, né a una sorda ammirazione, non si concilia con nessun tipo di gloria»[4]. Tutti i mali del mondo, alla fine del Seicento, anziché essere solo confessati e tenuti in segreto dal cristianesimo, ad un certo punto diventarono oggetto di sapere-potere delle istituzioni penitenziarie e sanitarie; in breve, trascritte ed esposte al giudizio.  Nell’assolutismo francese il compito della polizia era raccogliere le lamentele e le dicerie del popolo (soffiate diremmo oggi), mostrarle al monarca e infine, a decisione del Re, intervenire in modo capillare nel corpo sociale, in particolare sulla reclusione del colpevole. Tutti i legami, inclusi quelli più intimi, si intrecciarono alla politica tale da subire un’accettazione verso il potere sovrano. Chi scriveva quelle lettere contro un comportamento altrui ritenuto inaccettabile per la comunità, era complice inconsapevole dell’autorità regia. Le strategie del potere non hanno soppresso tutto ciò che era considerato contronatura, ma sono penetrate dentro i corpi in modo capillare. Le “istituzioni totali” (Goffman) quali i manicomi, i lager, gli orfanotrofi, gli ospizi, le prigioni e le fabbriche – rappresentavano il gioco degli specchi d’esclusione, le immagini riflesse di una società moderna devota all’utilitarismo, al mito progressista delle scienze naturali e all’ideologia dominante. Per questo motivo Foucault dedicò molto tempo alla validità pratica della filosofia, il porsi dei dubbi in contrasto al dominio tecnico di una natura universale e punitiva (inquisizione, inchiesta, controllo concetti analoghi alla pratica giudiziaria). Tutto va ripensato oggi, a partire da queste considerazioni foucaultiane, magari senza scontrarci uno contro l’altro perché ci sono esistenze che stanno “ancora” soffrendo.

[1] M. Foucault, La vita degli uomini infami, il Mulino, Bologna, 2009, pag. 11.

[2] Ivi, pag. 27.

[3] Ivi, pag. 21.

[4] Ivi, pag. 31.