La poetica di Luigi Palazzo in Bar Samarcanda: quando la precarietà è il fuorigioco della vita.

Un pomeriggio ho chiamato Luigi al telefono per chiedergli “Cos’è Bar Samarcanda?”. Mi risponde: “È il pretesto per sviluppare un’idea. L’idea di precarietà del vivere applicata alla manifestazione della precarietà del sociale”. Credo sia un’idea ambiziosa che trova riscontro nella poesia di apertura L’uomo col panama:

Entra nel bar
o alla posta o dal medico
ed è sempre 
buonasera o buongiorno
anche quando lo scirocco addensa il midollo
o perde lu Lecce
o gli casca la pastiglia nella ciotola del cane.

ai presenti, agli assenti, ai distratti,
al sudore, al dieci novembre, a Santu Frangiscu,
all’aria che sa di paese.

L’universo che si smarca
in un saluto. 

La delicatezza di questa composizione non deve trarre in inganno. Per cominciare ad apprezzare la visione di Luigi sulla precarietà della vita dobbiamo riconoscere che il semplice, spesso automatico, buonasera o buongiorno possa nascondere il tentativo del soggetto di liberarsi da un vincolo. Siamo immediatamente immersi dentro un sentimento di impiccio, di fastidio, dal quale deriva il necessario svicolarsi o smarcarsi riscontrabile nelle composizioni successive. Sospetto che il termine smarcare, più che essere indizio di stile, sia funzionale al corpus poetico come immagine sportiva dell’attaccante che si libera dalla difesa avversaria.  Lo suggerisco all’autore che, al contrario, mi informa della sua estraneità dalla volontà di imprimere una natura calcistica al concetto. Tuttavia è il calcio ad amplificare le possibilità espressive della raccolta. La necessità di smarcarsi diventa il pretesto, in questa raccolta, per parlare della precarietà della vita, misurarsi con essa e affrontarla.

Ad avvalorare la teoria è la natura dell’ambiente scelto dall’autore: il bar di provincia abitato da innumerevoli esistenze diverse, che vive del calcio e della musica come elementi imprescindibili della cultura popolare. Questi due elementi, cari all’autore e ben presenti nella raccolta, costituiscono l’ossatura dell’esperimento poetico di Palazzo in cui i personaggi intraprendono la loro personale partita nella più ampia ed esistenziale metafora del gioco della vita.

[…]
Fuori
il mondo assume le sembianze
di un piccolo paese
come uno qualsiasi 
che ha perso lo scudo 
della fantasia e la culla
del sempre.
(Il tavolo 5)

Da cosa i personaggi tentato di svincolarsi per tentare il tiro in porta? Dall’assenza di prospettive, dai limiti sociali e dall’insoddisfazione stessa della propria precarietà. L’investimento più immediato e anche più arduo da realizzare sembra essere il costante desiderio di raggiungere un altrove che, in realtà, non sembra arrivare mai e che non si concretizza nemmeno nell’immaginario poetico. Le promesse di una prospettiva migliore sono messe al vaglio di un giudice impietoso, che osserva e denuda i personaggi di generazioni messe volontariamente a confronto. Gli universitari, i trentenni fuori sede, gli anziani, le bariste, gli avventori più vari di una fauna locale altrettanto vasta. Il tutto circoscritto in un tempo che, al massimo del suo splendore, come gli anni ’80, ha disatteso ogni sforzo e si trascina fino alla contemporaneità. I versi “Hanno perso / il diritto alla mediocrità / per il dovere di eccellenza” (Nati negli ’80)oppure “da quando ero ragazzo / mi sono sentito in dovere di correre […] e il mio semaforo è fatto di cocci di bottiglia.” (Franco) ci raccontano dell’investimento per un futuro che si rimargina ai nostri occhi ancora insoddisfacente e manchevole di indipendenza, ma soprattutto apparente più che sostanziale.

Il disagio continua ed è inarrestabile nell’abitudine innocua del soprannome. Nelle realtà di provincia basta un particolare del volto o dell’atteggiamento, un evento memorabile o un pettegolezzo, a rinominare l’individuo. Ci si ritrova improvvisamente a fare i conti con la ricostruzione e riqualificazione arbitraria della propria identità: “Lo chiamano Control, / per un’allusione / che non conosce. (Il control); Moammed Sceab / al bar è lu moru (Lu moru). La costruzione narrativa di un paese, in questo caso di un bar dentro cui circola la provincialità, edifica sovrastrutture non gradite, sovrappone maschere e offusca gli specchi dentro cui l’io fatica a riconoscersi (“Mentre lo specchio, / infido alleato, / mente ai miei occhi, / mente a questi occhi, / mente ai rimbalzi di sguardo qua intorno,” Un ragazzo a un tavolino con una ragazza). La penna dell’autore gioca con il negativo della fotografia dei personaggi: non espone la stampa definitiva a colori, ma la sua originaria onestà. In questo modo risalta il contrasto, come tra bianco e nero, della superficie con il contenuto. L’inquadramento dello sguardo narrativo ci dimostra le verità più inconfessabili e insondabili dell’io per rimettere in discussione ciò che appare a vantaggio della sostanza, di quello che sopravvive in ognuno di noi.

[…]
Dentro al mio vomito nei secchi,
Oltre al vino cercate in fondo,
Tra i frantumi degli altri specchi
Che m’ha tolto sto porco mondo.
[...]
(Corsaro che va alla luna)

La sopravvivenza dell’autenticità mi offre l’occasione per osservare in ampiezza la multiforme varietà umana che frequenta Bar Samarcanda. È bene, a questo punto, svelare la carta più intima della raccolta di Palazzo, l’organicità che riporta il discorso al singolo e lo rimbalza alla squadra degli ultimi e degli sconfitti (che non sanno ancora di esserlo): “di quel tipo che da grande / vuole fare il Sindaco e non si è accorto che ha quarant’anni. / […] Scrive romanzi che non scrive / e rimanda a domani / l’oggi / e lo ieri.” in Il control.

Gli avventori del Bar sono le anime sopite di un girone infernale prede del proprio e collettivo passato(ricordiamo i citati anni ’80), di un presente di cui non sanno curarsi (e che non si cura di loro) e della prospettiva di un futuro che si prefigura schiacciante. Ciò che davvero li addormenta, prima ancora di riuscire a svegliarsi in quanto coscienze per sconfiggere la precarietà, è la loro stessa condizione di uomini e donne incapaci di scrollarsi di dosso la futile e confortevole esteriorità per conquistare la sostanza del possibile. Sono figure precristiane, pagane e primordiali, quando investono nella fortuna e invocano i Santi a cui credono solo per convenienza o per sfogo.

Mentre ascolta l’amica divorziata
Che le ostenta in accento milanese
Com’è duro arrivare a fine mese
- e a Milano però non c’è mai stata -
[…]
(Il sonetto di Rossana)

Tira su a vuoto col naso
Due colpetti alla volta
E ogni pallottola di carta nel cestino
È il segno di un miracolo possibile.
[…]
(Il ladro gentiluomo)

La fascinazione del tiro in porta che ribalta le sorti della propria vita è il sentimento collante di una generazione che si è riconosciuta nei miti (“E quando segnava Shevchenko / ognuno centrava il bersaglio / ognuno inseguiva il suo sbaglio / ognuno piangeva sorpreso.” Quando segnava Shevchenko). Al fischio del novantesimo resta l’amaro sapore dell’insoddisfazione per un piacere nullo e vitalità svanita: Bar Samarcanda è la poesia di anime trattenute per i capelli sul burrone dell’assenza e lontane dal raggiungere l’altrove. È questa l’immagine più forte che circolarmente ritorna, che dilata e restringe la tensione dell’individuo alla ricerca dei nuovi orizzonti possibili. Il presente precario, quel pretesto originario da cui prende vita la raccolta, è l’intero organismo di Bar Samarcanda.

Mi sorge l’intuizione di credere che anche il Bar stesso, la raccolta in sé, sia un personaggio. Così mi spiega Luigi: “Bar Samarcanda è l’organismo che vive dei personaggi. Forse rappresenta il meccanismo, espresso nel prototipo del bar, che concretizza lo schiacciamento della precarietà sociale sui personaggi della provincia”. Alcun giudizio morale emerge dalla penna dell’autore. La fotografia del reale per essere autentica deve ricreare la mondanità decadente del mondo provinciale, del bar degli ultimi. Non a caso lo stile di Luigi, là dove si ripiega nell’interiorità e nella ricercatezza formale, poi si ricrede e si rimette in posizione eretta quasi per una sorta di volontà intrinseca alla narrazione stessa voluta dall’uomo che abita Bar Samarcanda. Il mito del calcio, lo stereotipo del giocatore d’azzardo, il perdigiorno, la barista che “Indossa il bar / come si beve un tè” (La Giusy), sono esistenze espresse nel vero senso del termine perchè aderenti al quotidiano, agli istinti più bassi del corpo, alle imprecazioni. È questa la cornice stilistica che lascia emergere i protagonisti e li rimette sulla scena, finalmente sul campo di gioco della vita per un lasso di tempo necessario a registrarne l’impronta e l’alone di un investimento mai realizzato, mai cominciato davvero, ma solo sperato o sognato, dentro un circuito sociale che consuma e non scommette.

Si è sempre tossici di ciò che manca
ed ha le sembianze di botte d’adrenalina e dimenticanza
al di qua della linea che separa il possibile dall’oltre
[…]
(Angelo)

La precarietà contemporanea è la sofferta convivenza quotidiana con il desiderio, il sogno e la loro assenza di espressione, è la struttura dentro cui gli uomini assumono l’ombra dei miti di ieri senza il potenziale per diventarlo in carne ed ossa. Ecco perchè assenza e altrove ritornano spesso nei componimenti e perchè la loro topografia traccia il labirinto sociale che ha fagocitato Arianna e sputato oltre l’isola il suo gomitolo rosso (“Girano i sette, / dieci anni fa. / il Bar Samarcanda se l’è binnuti.“ I sette).

C’è via d’uscita dalla precarietà? Qualcuno prova a dircelo, secondo l’abitudine peculiare di un bar di zona, incollando post-it sulle bacheche. Le quattro provocazioni sparse nella raccolta, che non approfondisco per lasciare al lettore il gusto di scoprirle, ben si accordano al quesito originario e conclusivo di Bar Samarcanda. Prologo ed Epilogo circoscrivono la provincialità stereotipata e contemporanea nel dubbio interrogativo che assilla l’esistenza umana: “…che ne sarà di tutto?”. Aggiungo che, la raccolta di Palazzo, proprio perchè non ha intenzione programmatica per una coscienza di classe, ma volontà di rappresentazione e discussione dello scarto sociale, è il paradigma precursore dell’azione, del cruccio proletario e rivoluzionario “che fare?”. 

Siamo passati tutti da Bar Samarcanda anche senza esserne coscienti. È stato fischiato il fuorigioco e non abbiamo ancora preso una posizione in campo. Come chi non conosce le regole del calcio, chi non conosce quelle della vita non sa che la precarietà è l’arbitro di un sistema che possiamo accettare oppure vincere con la fantasia del fuoriclasse che vogliamo diventare.

Bar Samarcanda, Luigi Palazzo, Transeuropa 2021

Vive a Salice Salentino, lavora a Lecce come Avvocato. Attore, autore e regista teatrale. Ha pubblicato la raccolta di poesie “Non raccontami il cielo” (Manni editori) nel 2019.